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NON È SEMPRE TEMPO DI MORIRE

Aggiornato il: 2 giorni fa

La morte è ripiombata violentemente nelle nostre vite, riportando la precarietà della nostra esistenza al centro di una scena in cui era stata messa per lungo tempo in disparte. I camion dell’Esercito che portano i feretri al di fuori della città di Bergamo per mancanza di posto nel cimitero della città. Era la notte del 18 marzo. Immagini forti, che probabilmente rimarranno impresse nelle nostre memorie per sempre. Richiamano alla mente qualcosa che apparteneva ai libri di storia. Qualcosa d’invisibile, che arriva da lontano, ci ha messo in ginocchio.


Sono psicologo psicoterapeuta. In queste settimane, ho ascoltato diverse persone che hanno subito una o più perdite causate da Covid-19, o da altri fattori. “Non è sempre tempo di morire” ho pensato. Morire adesso, a prescindere dalla causa, vuol dire non poter ricevere l’ultimo saluto a cui almeno una volta nella vita tanti hanno pensato. Le famiglie vivono il dramma di non poter stare con chi soffre, e lo strazio di non poter assicurare ai loro defunti un funerale dignitoso. Le persone vivono la fatica del dover accettare che non ci sia nemmeno la possibilità di celebrare il defunto: non è accaduto nemmeno ai tempi della guerra. 


I vicini di una vita salutano dal balcone chi sta uscendo di casa per l’ultima volta. I parenti, pochissimi, stanno nei pressi del portone del defunto, sui marciapiedi, in silenzio. Tante domande e poche riposte. “Ho visto mio fratello passare nel carro funebre ed io ero li alla finestra a piangere, da sola”. Questa è la frase di mia zia che in queste settimane ha perso il fratello e poi la cognata per Covid-19. “Non sappiamo dove verrà portato e quando ci riporteranno le ceneri”, è quello che mi ha detto un’amica al telefono, raccontandomi della morte del padre. Chi ha pianto in queste settimane o piange oggi, piange solo. Piange senza il conforto di un abbraccio (ad esclusione dei conviventi), di una stretta di mano. È la condanna, potenzialmente atroce, che sta capitando a chi vive un lutto ai tempi di questa pandemia. 


Nel 1909 Arnold Von Gennep ha elaborato il concetto dei riti di passaggio: li definisce come rituali che determinano il cambiamento di un individuo da uno stato sociale o culturale ad un altro. Tali riti sono uno strumento collettivo e individuale atto a segnalare un cambiamento nell’identità o nel ruolo sociale di una persona. I riti di passaggio segnano un confine. Il confine tra vita e morte, in questo momento, rischia di non essere attraversato e processato in modo graduale, o anche solo compiuto nelle modalità a cui siamo abituati. 


Tutti i passaggi e le separazioni generano paura e angoscia. La morte di un familiare o di una persona cara è un’esperienza inevitabile nella vita di tutti e frequentemente costituisce un passaggio drammatico. Il lutto è uno stato psicologico successivo alla perdita di quello che viene definito un oggetto significativo (nella teoria psicodinamica, un oggetto può essere una persona o parte di essa, oltre che un oggetto inanimato—il termine indica un generico qualcosa su cui viene investita energia psichica che non appartiene al mondo interiore del soggetto). Prevede un percorso che si articola in cinque fasi (Kübler Ross 1990; 2002): la prima è quella del rifiuto, la seconda è la fase rabbiosa, la terza è la contrattazione che la persona attua con le proprie risorse e con la realtà, la quarta fase è quella depressiva e l’ultima è quella dell'accettazione del lutto. Queste fasi non avvengono sempre in maniera sequenziale, ma possono presentarsi con diverse tempistiche, intensità e alternanze. Ripensando ai vari lutti che ho accolto nel mio lavoro clinico, appare chiaro come queste fasi abbiano un decorso del tutto personale e ricco di molte sfumature e particolarità. Il percorso del lutto è una situazione transitoria, di passaggio. Mi piace immaginarlo come una galleria che collega due località confinanti ma separate. Un percorso di riadattamento al mutamento delle condizioni di vita che ne sono conseguite.  


Nel trattare il tema del lutto è importante sottolineare alcune distinzioni terminologiche. Nonostante i termini “lutto” e “cordoglio” vengano comunemente considerati in italiano come sinonimi, i due termini non sono intercambiabili: alla “perdita” (in inglese, bereavement) consegue il “lutto” (grief), che include il dolore emotivo e le emozioni, i pensieri, i comportamenti che cambiano con il passare del tempo. Diversamente il “cordoglio” (mourning) indica un processo psicologico di rimarginazione della ferita emotiva che ha lo scopo di raggiungere una piena accettazione della realtà del lutto e delle sue implicazioni, di metabolizzarla e di far sì che la vita vada avanti, anche senza il proprio caro. Il lutto è sia un processo individuale - ognuno vive il proprio lutto -, sia relazionale, in quanto a seconda della cultura e della spiritualità della comunità che ha subito la perdita, si attivano una serie di azioni e riti collettivi.


Se morire è qualcosa di naturale, il come si muore e il poter dare un senso all’evento fanno la differenza per le persone vicine alla persona defunta. L’evento inaspettato, non aver salutato per l’ultima volta la persona, l’incertezza di quando torneranno le ceneri, l’impossibilità di celebrare un funerale, la mancata vicinanza dei familiari, … sono tutti fattori che contribuiscono a rendere questi lutti potenzialmente complicati. I lutti complicati sono quei lutti che rischiano di diventare lutti “per sempre”, in cui la memoria di chi è vivo si cristallizza, schiacciando, bloccando la sua immaginazione del futuro. Nel lavoro psicoterapeutico con persone che vivono lutti complicati ho la percezione che si sentano condannate a vivere in funzione del defunto, rendendolo quasi più presente di quanto lo fosse in precedenza, quando era ancora in vita. 


La perdita di migliaia di persona a causa d Covid-19 ha dato il via a diversi lutti comunitari, specialmente in alcuni paesi e regioni. Un lutto comunitario è un lutto nel quale perdono la vita un numero significativo della stessa comunità o area geografica. Prendiamo come esempio di paragone il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009: la popolazione in quell’occasione ha potuto celebrare i funerali di Stato delle 309 vittime e vivere il lutto immediatamente successivo in maniera collettiva. “Il gruppo ha creato un contesto per addomesticare il dolore, è stato il principale contenitore”, scrive lo psicologo psicoterapeuta Enrico Gazzaniga (Lutto, 2018).


Covid-19 non ha permesso di celebrare il rito di passaggio tra vita e morte in modo collettivo, comunitario. Ad oggi, le famiglie e le comunità colpite, non hanno potuto incontrarsi, celebrare, ricordare e ritualizzare la morte tutti insieme in una chiesa o in una piazza. Le persone non hanno potuto far leva sul potere dell'identità collettiva, che aggrega i singoli a favore di una socialità che cura le ferite, che stempera il dolore.


Come è possibile trovare un senso in questi eventi? Come possiamo pensare il domani?


Philippe Forest, scrittore francese e professore universitario, ha trovato un modo per andare avanti. Forest si è visto strappare di mano sua figlia di pochi anni per osteosarcoma (la forma più comune di tumore alle ossa). Nel processo, lo scrittore ha trovato il coraggio letterario e umano di descrivere la morte di sua figlia e di renderla poetica, bianca, luminosa. In Tutti i Bambini Tranne Uno (2005), Forest ha trovato le parole per raccontare il dolore: “Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita. Non ce ne sarà un altro uguale. Qualsiasi cosa riservi l’avvenire non staremo mai più tutti e tre insieme. E anche la routine angosciante delle cure, il terrore ripetuto degli esami, non li conosceremo più. Quella dolcezza nell’orrore ci sarà preclusa”. 


In Anche se avessi torto (2010), Forest critica l’elaborazione del lutto di Freud. Secondo Freud, quando una persona muore, scompare come presenza fisica, ma non come presenza mentale dalla testa di chi rimane. La mancanza del defunto però è inaccettabile. La parte più istintiva di noi non riesce ad accettarlo. Per elaborare il lutto, la persona dovrebbe disinvestire l’energia psichica e re-investirla con un altro oggetto d’amore. La persona deceduta, sostiene Forest, è però insostituibile. Ci potrà essere una nuova storia d’amore per un’altra persona, ma questa non si sostituirà mai alla storia vissuta con la persona defunta. Sostituirla vorrebbe dire fare un “trucco” al lutto, ingannarlo. 


Forest identifica un significato per andare avanti nel sacrificio. Accettare che la persona non ci sia più, sacrificando la sua assenza.

Sacrificio deriva dal latino sacrificium, che significa “fare sacro”, e si mette in atto quando una persona deve rinunciare a qualcosa nel presente, per avere in cambio qualcos’altro nel futuro. “Niente sostituirà colui che abbiamo perduto. Ed è solo a patto di accettare questa evidenza che, acconsentendo al sacrificio parziale di sé, si mantiene viva la verità di aver amato” (p.90). Il sacrificio rende sacra la relazione con la persona che non c’è più. Ciò permette di aver cura della memoria, cura del ricordo. 


Recuperare la dimensione del sacrificio nell’esperienza del lutto può aiutare chi è rimasto in vita a coltivare un’attitudine di speranza sul domani.


Dott. Michele Bonacina


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