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LA TERAPIA DI GRUPPO IN CARCERE

"Ogni individuo che entra in una prigione proviene da una struttura sociale maggiore, nella quale ha creato, attraverso della sua socializzazione, la sua identità che si perde con l’ingresso in prigione".

Julio Zino Torrazza, 1993

Le persone cambiano. Come? Il cambiamento è una delle poche cose certe dell’essere umano. Il cambiamento personale, identitario, è un processo che s’innesca a partire dal soggetto e dal contesto all’interno del quale esso è inserito. Il lavoro con il detenuto, sulla sua condizione psicologica, familiare e socio-culturale risulta quindi fondamentale. La detenzione, se non intesa unicamente nell’applicazione del codice penale con una funzione retributiva, può essere l’occasione di cambiamento in senso sociale positivo delle condotte devianti. Il principio di umanizzazione della pena corrisponde all’esigenza di lavorare con il detenuto sul potenziamento delle sue risorse personali e relazionali, mettendo in discussione gli aspetti devianti del comportamento e accrescendo le sue competenze sociali e tecniche da spendere nella società libera. L’istituzione carceraria, intesa esclusivamente in ottica retributiva, non sembra indurre processi di cambiamento individuali tali da incidere, realisticamente, in direzione della sicurezza sociale. “Occuparsi” di carcere e “preoccuparsi” del carcere sono due modalità diverse di approcciarsi a questa realtà. Cosa vuol dire? Come psicologo che ha svolto parte della sua attività clinica all’interno di due istituzioni totali, mi sono interrogato sulle conseguenze della carcerazione sul detenuto e sui percorsi di risocializzazione-reinserimento e di come questo sistema venga percepito al di fuori.

“Il bene si fa nei minuti particolari” ha scritto William Blake. La relazione con l’utente detenuto ha per me una valenza terapeutica, al di là del significato trasformativo che si attribuisce a questo termine, che aiuta a dotare di senso il tempo degli incontri, dei colloqui individuali, degli incontri in sezione, ma anche quello dell’attesa e della speranza. Apprendere il contesto all’interno del quale si opera e provare a leggere la situazione dall’interno può essere una buona premessa per considerare la complessità del sistema penitenziario. Un approccio sistemico permette di non frammentare la realtà di questo sistema sociale ma di considerare il tutto in relazione. Prendo spunto dalle parole di Gianfranco Cecchin e Tiziano Apolloni che in Idee perfette (2004) scrivono: “il cambiamento sistemico implica un cambiamento permesso da un ampliamento del dominio delle possibilità che il sistema acquisisce in modo autonomo e autorganizzante con il contributo del terapeuta che, in quanto elemento del sistema, viene sollecitato da segni, o sintomi, intesi in questo senso come segnali e tentativi di cambiamento”.

La terapia di gruppo permette la co-creazione di un tempo altro, qualcosa che abbia un ritmo ed un colore diverso. Psicologi e partecipanti creano una punteggiatura differente, storie alternative, grazie a processi d’attribuzione di nuovi significati alla “realtà condivisa”. All’interno del gruppo, formato da terapeuti e detenuti, possono coesistere visioni e narrazioni differenti. L’obiettivo del lavoro di gruppo è aumentare la consapevolezza attraverso l’autoriflessività delle premesse personali e la sperimentazione nel qui ed ora di differenti modalità relazionali rispetto alle persone, ai pensieri, alle emozioni e ai significati. Ogni partecipante è l’esperto della sua storia e dei suoi significati, i terapeuti non istruiscono ma s’incuriosiscono rispetto alle loro storie facilitando la costruzione di nuove narrazioni. La curiosità allontana dall’etichettamento e dal pregiudizio, esalta la complessità e la molteplicità di prospettive, restituendo valore alla relazione. Consente di creare un contesto di produzione di nuove rappresentazioni e di alimentare scambi di contenuti importanti. La relazione terapeutica, tra psicologi e partecipanti e tra i partecipanti stessi, è il focus del lavoro. I molteplici sistemi di significato e linguaggio che connettono l’osservatore all’osservato permettono la creazione di quella “mente immanente” nel sistema. La condivisione dell’esperienza dolorosa, la carcerazione, con altre persone che condividono lo stesso problema può consentire ad ognuno di uscire dalla dolorosa solitudine in cui è obbligato a stare. Seguendo l’imperativo etico di Von Foerster “Agisci sempre in modo da moltiplicare il numero delle scelte possibili”, il gruppo terapeutico sembra permettere maggiore benessere e quindi maggior salute mentale. La possibilità di scelta coincide con una maggiore libertà d’azione, quindi con la possibilità di apprendere e cambiare (Terapia sistemica di gruppo; C. Giordano, M.G. Curino).

L’esperienza di relazione con altri soggetti nelle stesse condizioni, e non solo con il terapeuta, permette maggiore libertà dei singoli. Ciò aumenta il grado d’imponderabilità delle relazioni e rende necessario per ognuno un innalzamento della vigilanza ai feedback ambientali. Il gruppo funge da cassa di risonanza delle esperienze del singolo, favorendo la messa in dubbio dei patterns comportamentali disfunzionali ma abituali (a loro) nel mondo dei liberi. Il gruppo sembra in grado di creare una discontinuità generativa di nuove convinzioni, modalità di funzionamento. La molteplicità di vissuti, storie, comportamenti generano differenze in grado di fare la differenza. Il senso d’appartenenza, la curiosità verso gli altri membri del gruppo e la condivisione di racconti inoltre, permette di sfumare quel senso d’unicità rispetto alla propria situazione aumentando l’apertura a nuove descrizioni, all’empatia con l’altro e, nei limiti del possibile, ridefinire alcuni obiettivi personali in vista del futuro o dell’uscita (arresti domiciliari, affidamento in comunità, permessi di lavoro, liberazione). Riuscire a creare la differenza tra il “la e allora” ed il “qui ed ora” risulta fondamentale per definire cosa è bene e cosa è male per il singolo nel presente, evitando le generalizzazione o di restare intrappolati nella memoria. Ciò è possibile se si riesce a recuperare la responsabilità personale di ogni partecipante, ampliando così la gamma di ruoli che definiscono il sé (per non restare ingabbiati nella definizione di criminale).

La terapia di gruppo garantisce circolarità, Fruggeri (1998) la definisce un processo relazionale attraverso il quale le persone che interagiscono si influenzano reciprocamente rispetto alle motivazioni, alle esperienze, preferenze, comportamenti ed esisti delle interazioni. Rappresenta un contesto reale e figurato, il setting e il flusso di pensieri, che fornisce significato e comunicazione in un’ottica che non divide l’osservatore dall’osservato e non separa il sistema dall’ambiente.


Dott. Michele Bonacina



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