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CONTESTI DI TERAPIA

Aggiornato il: mag 15

“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla ed uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finito per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta”.

Haruki Murakami


Faccio la psicologa, psicoterapeuta da qualche mese e in tutti questi anni di formazione mi è capitato più di una volta di lavorare in contesti che erano solo l’archetipo del setting clinico imparato durante gli anni dell’università. Sempre più di frequente invece mi sono trovata a applicare dei modi di stare nella relazione terapeutica in situazioni complesse, dentro istituzioni e luoghi diversi dalla stanza del terapeuta. Forse questo è anche stato il motivo che mi ha portato nel 2014 a scegliere una scuola di specializzazione che non avesse dogmi puristi ma che si adattasse bene al mio modo di intendere fare la psicologa. In questi anni ho imparato ad esempio che l’utilizzo dell’approccio sistemico in contesti esterni alla stanza di terapia, come ha sottolineato Fruggeri et al. (1995), può collocarsi all’interno di un processo che vede la terapia come costruzione sociale.

Quando si parla di approccio socio-costruzionista si focalizza l’attenzione sulla capacità che le persone coinvolte nella relazione hanno di strutturare una costruzione condivisa di regole, significati, credenze, premesse. Gli stessi operatori diventando parte integrante del soggetto/oggetto di osservazione e cambiamento creano una reciprocità e circolarità tra contesto e modalità di intervento. Il contesto attraverso la reiterazione e la conferma delle interazioni crea le condizioni affinché si generi un intervento piuttosto che un altro; questo è quello che succede anche nel gruppo, dove si mettono in atto costantemente due processi osservativi e operativi differenti, uno interno alla relazione costituito da molteplici voci e l’altro in una posizione meta. Come terapeuta sistemica, lo scopo del mio lavoro è quello di permettere alle persone di provare a pensare e agire in modo differente da come hanno sempre fatto. Introdurre differenze stimolando in loro riflessioni a cui prima non avevano dato spazio e provando a fornire elementi di discontinuità nelle loro pratiche discorsive. Tra i contesti che ho frequentato negli ultimi anni ho fatto esperienza in un gruppo di parola di genitori affidatari all’interno del consultorio. L’idea del gruppo di genitori affidatari rimanda all’idea della cura delle relazioni laddove si è immersi in sistemi complessi con diversi attori in gioco. La metafora di un’imbarcazione con il suo equipaggio che si trova alle prese con un mare in tempesta, descrive in modo puntuale l’idea che per affrontare il viaggio dell’affido si devono creare delle buone sinergie. Il gruppo aiuta nella navigazione, la rende meno pericolosa, e amplifica le risorse e le possibilità di ognuno; fa sentire meno soli nella fatica della vastità del mare.


Tettamanzi e Sbattella (2019) parlano dell’affido familiare come di un sistema complesso che si pone come strumento di cura delle relazioni “ferite”. L’istituzione dell’affido ha la caratteristica di temporaneità e ricuperabilità della famiglia d’origine; in questo processo sono coinvolti due interi sistemi familiari e con essi due mondi relazionali e contestuali a sé stanti. L’incontro tra questi due macrosistemi produce una delicata situazione in cui diventa fondamentale trovare un giusto equilibrio, richiede aggiustamenti e rinegoziazioni continue in cui sono coinvolti sia gli attori principali che i servizi che gravitano intorno a loro. Spesso gli operatori che si trovano a lavorare in questi contesti vengono messi a dura prova in termini di premesse e pregiudizi. “Si è chiamati a intervenire con scelte operative in condizioni di incertezza, su temi che hanno a che fare con la tutela dei minori e il rispetto dei legami” (Tettamanzi, Sbattella; 2019). Curare in questo caso richiede delicatezza e obbliga ad una danza continua tra le parti, ci si trova a dover rammendare cuciture intessute nell’anima. Entrare in punta di piedi con uno sguardo fluido verso l’altro/gli altri. Il contesto richiede di compiere azioni tutelanti e al tempo stesso generatrici di nuove opportunità, azioni complesse e scelte indecidibili (Telfener, 2011). Il concetto di indecidibili preso a prestito dalla logica matematica ha a che fare con l’impossibilità di definire se un enunciato possa essere scientificamente “approvato" o “rifiutato”. Possiamo così distinguere due tipologie di domande: quelle decidibili e quelle indecidibili. Le prime hanno una risposta che è già generata dal contesto entro cui si collocano, la risoluzione emerge in modo “guidato” dalle premesse specifiche e situazionali. Alla seconda categoria invece appartengono tutte le scelte che rimandando ad un’impossibilità di circoscrivere il campo di scelta a priori. In quest’ultimo caso la nostra decisione non seguirà binari predefiniti e potrà risentire di gradi di libertà maggiori. Operare scelte in modo libero si collega inevitabilmente al concetto di responsabilità.


Come terapeuti siamo chiamati a costruire una nostra personale etica nel procedere terapeutico, che va oltre l’utilizzo di strumenti e tecniche tout court. Quando ci troviamo in situazioni di complessità, osservare le nostre premesse per poi collocarle dentro un processo generativo di possibilità, direziona la costruzione di una personale etica clinica. Il nostro modo di osservare il mondo farà da punto di partenza per la costruzione di un’epistemologica profonda, che giocheremo nella presa di decisioni.

Se osserviamo ogni microsistema coinvolto nel contesto dell’affido ogni membro ha delle responsabilità e delle capacità perturbative in base alla propria posizione dentro di esso. La natura dell’affido è multidisciplinare e coinvolge diversi servizi che creano una rete quanto più possibile comunicativa intorno ad ogni progetto specifico.

Dentro al lavoro con le famiglie che accolgono questi bambini è fondamentale l’ascolto dei genitori accoglienti che si trovano tutti i giorni a fare i conti con sofferenze enormi portate tra le mura domestiche dai “loro bambini e adolescenti”. Non solo accoglieranno il minore ma un intero mondo relazionale che a lui appartiene. Loro stessi si troveranno nella delicata situazione di dover operare scelte che hanno le caratteristiche dell’indecidibilità. Diventa quindi importante creare intorno a questa istituzione una rete di relazioni che curano. Richiede di stare nel qui e ora delle famiglie e nella continua incertezza che “ogni nuova fase evolutiva richiede assestamenti e riorganizzazioni particolari” (Tettamanzi, Sbattella; 2019).


I gruppi di parola per genitori affidatari si collocano nell’ottica di abbracciare la complessa realtà di cui queste famiglie fanno parte e attraverso un lavoro in ottica sistemica si vuole dare voce a delle storie faticose che possono trovare lo spazio di ascolto, condivisione e rinarrazione attraverso nuove possibili lenti. Nel gruppo il conduttore garantisce il mantenimento del contesto creato e favorisce gli scambi tra i partecipanti. Il conduttore favorirà l’emergere di una parola altra, permettendo ad ognuno di narrare la propria singolarità. L'obiettivo di questo modo di lavorare è l'attivazione di un’esperienza che auspichi la rimessa in moto di “circoli virtuosi” ed attivi le possibilità di cambiamento.


Dott.ssa Chiara Gianati

Illustrazione Alessandro Adelio Rossi

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